Andy Hunter & Riccardo Fassi 4et + Pink Puffers – Villa Celimontana, 4 luglio 2008

Andy Hunter & Riccardo Fassi 4et + Pink Puffers – Villa Celimontana, 4 luglio 2008

Scritto il 7 Luglio, 2008 in Reportage Concerti Nazionali

Lo scorso 4 luglio si è svolta all’interno della rassegna Villa Celimontana Jazz Festival di Roma una serata davvero entusiasmante, una di quelle che riconciliano con la buona musica e in particolare con il buon jazz, in ogni sua sfaccettatura. Sul palco, alle ore 21.15, ANDY HUNTER MEETS RICCARDO FASSI QUARTET FEAT. ANDY GRAVISH (Andy Hunter: trombone - Andy Gravish: tromba e flicorno - Riccardo Fassi: pianoforte - Paolino Dalla Porta: contrabbasso - Manhu Roche: batteria); e, alle 24, per la rassegna “Dopo Festival”, PINK PUFFERS (Fabrizio Iannuccelli: sassofono - Luca Corrado: basso tuba - Sigismondo Fabiani: trombone - Alice Noris: trombone - Ivan Radicioni: tromba - Andrea Palombini: tromba - Alessandro Petrucci: tromba - Matteo Acclavio: sax contralto e baritono - Cristina Pecorario: sax contralto - Annamaria Leonardi: grancassa - Francesca Danesi: rullante e piatti - Cristian Lombardi: rullante - Jennifer Forti: percussioni, cembalo, tamburello, piatti e campane - Simone Reginella: timbales e campane - Filippo Schininà: grancassa e rullante).

ORE 22.15. Il concerto del trombonista Andy Hunter insieme al quartetto del pianista Riccardo Fassi, completato da Andy Gravish a tromba e flicorno, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Manu Roche alla batteria, ha come repertorio stuzzicanti e ben tornite composizioni originali di Fassi, Gravish e Dalla Porta. Ciò che colpisce subito l’ascoltatore è un “big groove” ben orchestrato a 5 voci, una roboante e sfavillante front-line di fiati e una ritmica swingante e tenace. Hunter mostra un fraseggio fluido e sensibile, zigzagante e squittente, periglioso nel suo incessante fluttuare; Gravish, un eloquio fragoroso ed irruente, lirico ed emotivo, sgorgante da quella tradizione figlia di Freddie Hubbard e Clifford Brown; Fassi, un mix geniale e d’ampio respiro coniugante Thelonious Monk, Bud Powell e Bill Evans; e Roche, un drumming roccioso e granitico, travolgente ed euforico, di pura scuola francese Kenny Clarke - Dante Agostini, in grado di trasportare il sound, già di per sé fantastico, di questo combo verso una matrice hard-bop orchestrale ancora più potente e grintosa, fresca e creativa. Come un novello Max Roach.

Un quintetto euro-afro-americano mai domo – uno dei tanti e sempre entusiasmanti progetti creati da Fassi – in cui il ruolo di Dalla Porta è quello di vitale collante fra le parti, a metà fra Ray Brown e Paul Chambers, possente e turgido quando si tratta di lanciarsi in narrativi e arzigogolati, vibranti e descrittivi soli, e ovunque carico di urgenza espressiva e contenutistica effusione. Ciò che ne viene fuori è una musica colorata ed avviluppante, vorticosa e genuina. Quest’anno poi a Villa Celimontana i suoni giungono meravigliosi, puliti e nitidi alle orecchie degli astanti e certi live, come questo in esame, possono essere gustati davvero a fondo, cogliendone appieno equilibri e dinamiche perfette.

Fra i brani più interessanti della serata, Random Sequencer e Berlin di Fassi. Il primo, “Random Sequencer”, ha un motivo semplice e ripetitivo e un andamento avviluppante e misterioso, claustrofobico ed angosciante: è ficcante e cadenzato e scava a fondo nell’animo di chi lo ascolta e di chi lo suona, facendo uscire allo scoperto la loro parte più “(o)scura” e segreta. Il pianista sviluppa il tema fra echi monkiani e aneliti à la Zawinul, si mantiene ancorato ad una dimensione acustica e media abilmente fra bop, etno e free à la Cecil Taylor. Il suo fraseggio è ricorrente e reiterato, circolare eppur sfuggente. Gravish mostra uno stile frizzante ed estroso, un timbro pieno e compiuto, un appeal robusto e grinzoso e un sound irruente e pulito. Hunter, invece, è romantico e discorsivo, mansueto e sensibile, a tratti quasi “mediterraneo”. Questa è un’altra delle caratteristiche straordinarie di Fassi: nei suoi progetti “misti”, riesce ad “europeizzare” i musicisti d’oltreoceano e ad “americanizzarsi” di rimando.

Il secondo brano, “Berlin”, ne è un perfetto esempio. Esso si apre con un’intro meditativa ed “europea”, in cui il piano leggiadro e liquido del leader duetta con il contrabbasso grintoso nell’eloquio, limpido nei suoni, di Dalla Porta, cui poi si aggiungono delicati la coloratissima batteria di Roche, il soave flicorno di Gravish e lo struggente trombone con sordina di Hunter. Sembra uno di quei brani che Fassi scriveva per e suonava con Steve Lacy: un pezzo meditativo ed arioso, riflessivo e descrittivo, quasi da film, uno di quelli tipicamente “a soggetto” e, in questo caso, il soggetto è Berlino. Gravish conia un eloquio gentile e cangiante, Hunter si affida ad un fraseggio carezzevole e fluttuante, fino a che non si ritrovano soli trombone, pianoforte e contrabbasso e danno vita ad un trio squisito, intimo ed avviluppante, arricchito poi da un dialogante Roche che si inserisce nel quadretto a tre in modo cheto, frastagliato e coloristico, oltre che colorato ed europeizzante. Fassi si mostra estremamente guizzante ed “ondoso”, (com)mosso ed emozionante, capace, al pari di Bill Evans, di unire bop e Debussy, Bach e cool, in un’unica summa classicamente europea. Il titolo “Berlino” avrebbe fatto pensare ad uno sviluppo più teutonico che mitteleuropeo, fatto sta che la musica è qui più vicina alla sensibilità francese che tedesca. Il solo di Dalla Porta è grintoso e virtuoso, espressivo e dialettico, “da bardo”: racconta la sua storia in musica, fungendo un po’ da anello di congiunzione fra lo stile contrabbassistico classico ed acustico del ceco Miroslav Vitous e quello, altrettanto interessante e fascinoso, del russo Yuri Goloubev.

Gli altri pezzi della serata, fra cui alcuni inediti di Fassi particolarmente intriganti, sono sempre all’insegna di un hard-bop franco-americano, con qualche scaglia anche dixieland e jungle da parte dell’accoppiata Hunter-Gravish (non ci dimentichiamo che Fassi ha spesso composto per e suonato con diversi trombonisti di valore: solo per citarne uno che vale per tutti, Roswell Rudd), e mettono in evidenza quanto questo quintetto abbia un interplay stellare, coeso e grintoso, reso ancora più straripante e spaziale da un Manu Roche in grandissima forma, che su certi pezzi, soprattutto sugli up-time swing hard-bop, è davvero inarrestabile ed ineguagliabile. Hunter si mostra schietto e tranquillo, sincero e brillante; Gravish ammanta il suo stile di un eloquio furente e forsennato, ardimentoso e temerario; Fassi media sempre fra Monk e Powell, creando a ruota libera e a getto continuo, ma dando vita anche ad un fraseggio frastagliato e caleidoscopico, vorticoso ed avviluppante, fra estrosi cluster à la Oscar Peterson e Cecil Taylor e raffinati echi e euro-colti à la Debussy, Stravinskij e Prokofiev. Ciò che ne viene fuori – ripeto – è un hard-bop ben orchestrato a 5 voci, generato da un combo vivace, multistrato e multivocale, interagente su vari piani dialettico-discorsivi e in grado di generare un solida fusion(e) fra hard-bop e funk, funk e swing, swing e latin, ecc.

Gli ultimi due brani in scaletta, Compassion di Fassi e Cartoons di Dalla Porta, sono altresì caratteristici e degni di nota. “Compassion” è un pezzo romantico, reso dai fiati, un flicorno e un trombone con sordina, in maniera sensibile e poetica, tramite un eloquio, in entrambi i casi, descrittivo e lieto, cauto e simpatetico con il mood introspettivo ed introverso del brano stesso. Evanescente e scintillante, Fassi si mostra limpido e liquido nei passaggi solistici. Dalla Porta è guizzante e turgido, narrativo ed ammaliante, anch’esso in linea con il mood del brano. “Cartoons”, apertosi con un’intro giocosa e briosa del suo autore, alterna poi vari momenti sonoro-espressivi a mo’ di scenette o strisce, ognuna con un proprio metro, sound, groove e stile jazz. È una degna, perfetta summa di una serata dalle mille sfaccettature e dai mille spunti stuzzicanti ed appaganti. Un jazz a 360° cui Hunter contribuisce con schegge sonore guizzanti e briose; Gravish, con un eloquio elegante e corposo; Roche, con un drumming esaltante ed esaltato; Fassi, con un fraseggio narrativo e frastagliato; e Dalla Porta, con un sottile gioco di osmosi e intreccio fra le linee, in grado di trasformare il lento andamento di un “cartoon” americano in una swingante ed accelerata BD (bande dessinée) francese.

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ORE 24.00. Saliti sul palco passando prima fra il pubblico ed esibendosi on the road, i Pink Puffers, costituiti da Fabrizio Iannuccelli al sax, Luca Corrado al basso tuba, Sigismondo Fabiani al trombone, Alice Noris al trombone, Ivan Radicioni alla tromba, Andrea Palombini alla tromba, Alessandro Petrucci alla tromba, Matteo Acclavio al sax contralto e baritono, Cristina Pecorario al sax contralto, Annamaria Leonardi alla grancassa, Francesca Danesi a rullante e piatti, Cristian Lombardi al rullante, Jennifer Forti a percussioni, cembalo, tamburello, piatti e campane, Simone Reginella a timbales e campane e Filippo Schininà a grancassa e rullante, fanno una musica avvincente e briosa, grintosa e coinvolgente, che altri non è che un divertente, spumeggiante mix di New Orleans style, funk e swing da ascoltare e da ballare come solitamente accade con ogni drum’n’brass phunk band itinerante che si rispetti. In un unicum di musica, teatro, danza, avanspettacolo, in un fantasmagorico mix di New Orleans, Broadway e via discorrendo, ecco sgorgare – come acqua nel deserto – una musica genuina e senza fronzoli, che “coglie a piene mani” fra le ruspanti radici del sound blues, country, rock, jazz, swing, funk e black tout court.

Dal pubblico si leva un grido: “Ma allora non esistono solo i Funk Off??!”, no, probabilmente no, ma forse quest’ultimi hanno dato il la ad un genere che pian piano sta (ri)prendendo piede anche in Italia, sulla falsa riga, per esempio, dei Dirty Dozen Brass Band di New Orleans. Ed è una fortuna per tutti, per i musicisti come per il pubblico, non fosse altro perché questo formula ha dalla sua un pregio inestimabile: fa divertire sia chi suona sia chi ascolta. Inoltre, li fa ballare, tutti, sia i musicisti sul palco o fra la gente, sia la gente stessa sotto il palco o a contatto con gli artisti stessi. Questi ultimi, infatti, sono scatenati, goderecci, genuini ed appaganti. Qualche solista, soprattutto di sax, tromba e trombone, ogni tanto, si stacca dalla granitica, dionisiaca massa sonora del gruppo per impreziosire i vari pezzi con il proprio stile, vigore, energia e furore bacchico, ma ciò che rimane impresso è comunque il dinamismo inarrestabile e l’allegria irrefrenabile che anima e viene trasmessa dall’intera band. Pezzi come l’hancockiana à la US3 Cantaloupe Island ne sono un perfetto esempio: questo guizzante e brioso, sempre moderno ed esaltante hit viene impreziosito dai soli di sax e trombone ma ciò che resta impressa è la versione data dall’ensemble, vorticosa ed osmotica, discorsiva e rorida di frequenti contrappunti e call and response, lasciate e riprese sonoro-espressive, fluttuazioni eversive e un terrificante senso di “opprimente e vitale” magma multi-timbrico.

Fra golose reiterazioni e fraseggi circolari, salite e discese fragorose e stuzzicanti, nella travolgente musica dei Pink Puffers, che comprende anche e soprattutto numerosi, entusiasmanti originali, sembra di poter trovare di tutto, dal surf all’hully-gully, dal charleston al boogie-woogie, dallo swing di Duke Ellington e Count Basie alla musica cubana e afrocaraibica di Dizzy Gillespie, Chuck Mangione, Machito, Paquito D’Rivera e Buena Vista Social Club, dal jazz-rock di Gil Evans al post-free-jazz-rock di Sun Ra e Italian Instabile Orchestra, il tutto all’interno di un godurioso ed appetibile pastiche speziato di New Orleans style e funk, fra il danzereccio e il ballabile, fra la salsa cubana de L’Avana e la salsa barbecue messicana di Tijuana, con scampoli di Napoli Centrale e altri progetti similmente jazz-rock, blues, etno-black e funk di James Senese, ed esperimenti di commistione fra heavy-metal, jazz, punk e funk (da cui il nome “drum and brass phunk band”), volti a creare una musica ibrida e postmoderna, roboante e gigionesca, che strizza l’occhio a Frank Zappa, almeno per quanto riguarda il gusto per le citazioni paradossali, i divertissement sonori e i calembour scherzosi, ma rimanda anche a gruppi nostrani come gli Aretuska con il loro mix di ska, surf, jazz di New Orleans, klezmer, funk e contaminazioni varie dal balcanico al latin. Malgrado questo, i Pink Puffers suonano unici: complimenti, quindi, all’entourage di Villa Celimontana per la bella scoperta!

Marco Maimeri

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